Confesso che, all’inizio, ero preoccupato: in giro non si sente altro che lamentazioni sull’ignoranza linguistica dei ragazzi, sulla loro incapacità di governare l’italiano scritto; in più, c’era il problema di comunicare con ragazzi di un’età che, come insegnante, non avevo mai frequentato.
Poi è successo il miracolo: parlavo loro del diverso modo di concepire la scrittura che avevano Italo Calvino e Giuseppe Pontiggia; raccontavo di Michelangelo, di Platone e di Aristotele; citavo Enrico Fermi e Umberto Eco; leggevo brani di Francesco Redi; gli raccontavo di Pirsig e del suo Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. E loro mi stavano ad ascoltare, come pulcini attorno alla chioccia, ma con l’aria interessata ed attenta.
Nei giorni successivi hanno cominciato ad utilizzare, con aria saputa e complice, qualche espressione propria della critica, come “registro espressivo”, o parole che avevamo scoperto e analizzato insieme, partendo dalla loro etimologia, come “accattivante”.
L’ultimo giorno ci eravamo dati appuntamento alle nove del mattino, per lavorare autonomamente sulle ultime schede; nel giro di un quarto d’ora erano venuti in tre a chiedermi il dizionario dei sinonimi. Alle due meno un quarto, quando mi ero ritirato stremato, due ragazze erano rimaste a trascrivere sul computer le loro recensioni. A quella ventina di ragazze e ragazzi con cui ho lavorato per tutta la settimana, e che ora possono leggere in rete quanto hanno prodotto nel corso del seminario, vorrei far arrivare il mio grazie di cuore, per avermi fatto rivivere una bellissima esperienza didattica ed umana.
Claudio Facchinelli